22 Set

Covid-19 e obesità

L’obesità  è  un problema particolarmente grave in special modo in alcune zone del pianeta, come negli USA (dove la percentuale di obesi si assesta a più del 40%) e nel Regno Unito dove gli adulti obesi sarebbero il 27% della popolazione. I ricercatori della University of North Carolina  studiando i dati, di questi ultimi mesi, hanno scoperto che le persone con obesità, sono maggiormente esposte ai rischi connessi al coronavirus. Le probabilità di finire in ospedale per Covid-19 e complicanze annesse aumentano del 113%, se paragonate con quelle di una persona in salute. Gli obesi tendono a finire in terapia intensiva nel 47% dei casi e hanno un rischio maggiore di morire per il virus (48% in più).

La ricerca è stata portata avanti dal professore Barry Popkin, del dipartimento di Nutrizione della UNC Gillings Global School of Public Health.

Ma perché gli obesi corrono tali rischi? Come fa notare lo studio americano, essi solitamente soffrono di gravi disturbi come il diabete di tipo due o malattie cardiache, situazioni queste, che mettono notevolmente a rischio la salute.

 L’obesità inoltre può causare disordini metabolici come l’insulino resistenza e infiammazioni che rendono ancora più difficile per il corpo lottare contro il virus.

A questo proposito riportiamo ad esempio l’impegno deI governo di Londra che  ha lanciato una campagna contro la “bomba a orologeria dell’obesità”. Boris Johnson ha da tempo dichiarato guerra al junk food per limitare la pressione sul Servizio sanitario nazionale

Il piano messo a punto dagli inglesi prevede, tra le altre cose, il divieto di pubblicità televisiva e online di “junk food” (cibo spazzatura) prima delle 21; la messa al bando delle offerte “buy one get one free” (paghi uno, l’altro è in omaggio); l’obbligo di riportare l’apporto calorico sui menu.

La letteratura scientifica concorda nel ritenere l’obesità e il sovrappeso  fattori che aumentano il rischio di morte o che comportino gravi complicazioni legate al l’infezione da Covid-19.

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Dott. Roberto Federico

02 Mag

L’infiammazione “lenta” come causa di malattie

Fino a pochi anni fa l’infiammazione era un problema come gli altri, un sintomo da “spegnere” con i medicinali giusti ma di cui non preoccuparsi più di tanto. Oggi la visione è cambiata e la flogosi (il nome “tecnico” dell’infiammazione) è al centro degli interessi di medici e ricercatori perché si è capito che questo “fuoco” può compromettere la salute ed è fra i meccanismi principali di una serie interminabile e variegata di malattie.

Patologie diverse fra loro come infarto, cancro, obesità, diabete, malattie neurodegenerative condividono meccanismi
Nell’obesità, per esempio, la sovrabbondanza di tessuto adiposo invia segnali che disorientano i macrofagi, cellule che di norma orchestrano le funzioni del grasso corporeo e che con l’eccesso di peso iniziano invece a produrre molecole pro-infiammatorie, che sono alla base delle conseguenze negative dei tanti chili di troppo, tumori compresi. Si tratta di un’infiammazione ad andamento lento , di cui non è immediato riconoscere la presenza.
Per esempio in presenza di infiammazione è più probabile che le placche aterosclerotiche si rompano provocando un infarto
Il colesterolo alto è uno dei fattori che più incrementa il livello di infiammazione generale nei vasi, per cui una prima mossa preventiva è cercare di tenerlo basso con uno stile di vita sano, fatto di dieta equilibrata e movimento regolare

Il problema maggiore, è capire se il nostro organismo è in presenza di una situazione infiammatoria, dal nostro livello di coscienza non percepito e dove si annida
Tuttora non ci sono marcatori precisi, e non è ancora possibile costruire un “profilo infiammatorio” per ciascuno di noi, per capire se stiamo nascondendo una flogosi cronica sotto soglia che potrebbe provocare danni. Difficile anche riconoscere tutti i motivi che ci rendono così soggetti ad “infiammarci”
Potremmo azzardare delle ipotesi:
In parte conta lo stile di vita occidentale che, per esempio, riduce il contatto con i germi durante l’infanzia non consentendo al sistema immunitario di svilupparsi e modulare le sue risposte in modo corretto, facilitando perciò la comparsa di reazioni infiammatorie esagerate o improprie; un ruolo lo gioca poi il microbiota, ovvero i germi che vivono nel nostro intestino. In questo organo il contatto con elementi che arrivano dall’esterno è continuo e ciò provoca una reazione infiammatoria che di solito è controllata e localizzata; in alcune persone, per motivi non ancora chiari, la risposta diventa esagerata, cronicizza e si trasforma in patologia
Da qui la comparsa di malattie infiammatorie croniche a carico dell’intestino o di altri organi e sistemi più a contatto con l’esterno e quindi con stimoli che inducono una reazione immuno-infiammatoria che tuttavia in chi è sano si autolimita
Non è un caso se pelle e vie aeree sono più spesso coinvolte da patologie con una forte componente infiammatoria come la psoriasi, la dermatite atopica, le allergie, l’asma.
L’infiammazione o flogosi è una risposta positiva di difesa, ma quando va fuori controllo diventa un problema
Quando ci sono i sintomi di una flogosi si interviene con una corretta terapia, è invece più difficile intercettare l’infiammazione sotto soglia che non dà nessun segno evidente
Al momento possiamo fare prevenzione con uno stile di vita sano che metta al bando ciò che “accende” una reazione infiammatoria, come per esempio l’alimentazione sbagliata, la sedentarietà, il fumo».
Le ultime ricerche ci dicono che il sistema nervoso e quello immunitario sono “connessi” Alcuni mediatori immunitari, come per esempio l’interleuchina 1, li troviamo infatti anche nel cervello
Questo ci porta a ipotizzare un nesso fra immunità e mente. Per esempio è stato dimostrato, che negli anziani che vivono isolati i livelli dei mediatori dell’infiammazione sono più elevati rispetto a quelli che si riscontrano in chi coltiva delle relazioni

L’infiammazione aumenta col crescere degli anni ed è anche associata a una maggior mortalità negli anziani. I ricercatori ci dicono che il motivo potrebbe risiedere nella flora batterica intestinale. Stando a una ricerca della McMaster University, con esperimenti sui topolini, ci si è accorti che squilibri nella composizione del microbiota associati all’invecchiamento rendono l’intestino più permeabile, consentendo il rilascio di prodotti batterici che favoriscono l’infiammazione e minano la funzionalità del sistema immunitario.

Quando mangiamo, nell’intestino si accende l’infiammazione, infatti poiché in ogni boccone ci sono nutrienti e batteri, l’organismo deve sia distribuire il glucosio, sia gestire germi potenzialmente pericolosi. Il corpo lo fa avviando un processo di infiammazione controllata e localizzata. Dopo un pasto, intorno al tratto gastroenterico cresce il numero di macrofagi: cellule immunitarie “spazzine” che producono l’interleuchina 1 beta, in grado di stimolare la produzione di insulina per una corretta distribuzione del glucosio ingerito. L’interleuchina, però, fa anche sì che parte del glucosio venga messo a disposizione del sistema immunitario, che può così restare “vigile”.
Siamo solo agli inizi di questa ipotesi sulla pervicacia dell’infiammazione sul nostro sistema immunitario ma gli studi si stanno moltiplicando e ciò ci fa ben sperare perché si arrivi a capirne sempre più sui meccanismi di difesa da mettere in atto

15 Apr

Proteine. Puntare tutto su quelle del pesce

Un’alimentazione corretta deve fornire, secondo sesso, età, massa corporea e condizioni generali, una quota variabile di proteine.
I LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, SINU 2014), fissano l’assunzione raccomandata per la popolazione adulta a 0,9 g per kg di peso corporeo e propongono, a partire dai 60 anni, un apporto con la dieta di 1,1 g di proteine per kg di peso, come obiettivo nutrizionale per la prevenzione.
La qualità delle proteine presenti nella dieta è determinata da più fattori, ma un ruolo preminente va assegna.to alla composizione in aminoacidi e alla presenza di aminoacidi essenziali (non sintetizzabili dall’organismo).

Le proteine del pesce, compreso quello magro, sono da questo punto di vista ottimali: contengono tutti gli amminoacidi essenziali, in particolare lisina e leucina; all’eccellente composizione affiancano un’elevata digeribilità (oltre il 90%), che rende i singoli aminoacidi, o i peptidi bioattivi, altamente disponibili.
Con un modesto contenuto di grassi (< 2,5%, in generale meno del 20% delle calorie totali), la carne bianca di pesci di mare (come merluzzo, nasello, cernia, dentice, squalo, sogliola), o d’acqua dolce (luccio, persico, coregone) è composta da muscolo e sottili strati di connettivo. I grassi sono concentrati prevalentemente nel fegato di questi pesci (si pensi soprattutto al merluzzo), dove sono presenti oli ricchi di vitamina A (retinolo), vitamina D e polinsaturi a lunga catena. Il contenuto di vitamine del gruppo B è simile a quello delle carni magre di mammiferi, anche se il pesce bianco magro può presentare una concentrazione maggiore di vitamine B6 e B12.
Anche il contenuto di minerali è simile: povero di sodio, contiene soprattutto potassio e fosforo. La carne di pesce bianco magro ha invece un contenuto relativo maggiore di calcio rispetto a quella dei mammiferi terrestri. Limitato ai pesci di mare è infine l’apporto di iodio.

Un importante ambito di ricerca, vasto ma promettente, è il rapporto tra assunzione di fonti proteiche a diversa composizione e modulazione del microbiota, soprattutto perché è nota l’associazione tra disbiosi del microbiota intestinale e aumento del rischio di diabete di tipo 2 o di obesità.
Infatti alcuni studi recenti (sperimentali) hanno dimostrato che un’alimentazione a base di proteine di pesce magro contribuisce al controllo dell’aumento ponderale nel lungo periodo.
I ricercatori spiegano questo risultato ricordando che, nelle proteine da fonti ittiche, la presenza di aminoacidi ramificati quali valina, leucina e isoleucina è consistente: proprio questi aminoacidi modificherebbero il microbiota intestinale in senso antiobesogenico.
Tutto ciò a conferma dei benefici di un regolare apporto di prodotti ittici, all’interno di un’alimentazione bilanciata

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07 Apr

Massa grassa, nemica-amica

Quando si parla di Massa Grassa   ci riferiamo alla percentuale di grasso corporeo presente nel nostro organismo rispetto al peso complessivo della persona.

In generale avere una percentuale di massa grassa aumentata può voler dire due cose.

La prima è la contemporanea presenza di riflesso di una ridotta massa magra che non è una buona cosa. Più massa grassa, meno massa magra, è una semplice equazione, vuol dire che siamo di fronte ad una carenza di muscoli.

In seconda istanza, l’aumento della massa grassa può avere effetti infiammatori sull’organismo. Massa grassa non vuol dire avere più cellule adipose, perché le cellule adipose hanno un numero che si fissa nella prima parte della vita, in età adulta difficilmente aumentano il loro numero.

Quando aumenta la massa grassa, quello che aumenta è il contenuto di trigliceridi all’interno delle cellule adipose. La cellula ha uno spazio limitato e i trigliceridi occupando la maggior parte dello spazio disponibile tendendo a soffocare il nucleo che è vitale e questo determina un effetto infiammatorio diffuso.

L’aumento di massa grassa inoltre ha un effetto metabolico anche a livello ormonale come ad esempio sull’insulina aumentandone la resistenza a livello periferico (insulino-resistenza) e interviene anche in tutta una serie di meccanismi biomolecolari ed enzimatici che hanno un effetto sull’infiammazione complessiva dell’organismo con aumento del rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche (come il Diabete) ma anche degenerative ed oncologiche Il pericolo di un aumento della massa grassa a scapito di quella magra inoltre è cheil corpo venga indotto alla malnutrizione proteica prima e con tempo alla sarcopenia, cioè ad alterazioni sia della quantità che della qualità della massa magra le quanti possono comportare problemi di mobilità, funzionalità ed autonomia soprattutto in età avanzata. Un soggetto sovrappeso o obeso, apparentemente privo di carenze nutrizionali in realtà può facilmente presentare un quadro di malnutrizione proteica o sarcopenia, date appunto da un eccesso percentuale di massa grassa su una massa magra insufficiente.

C’è da dire che ci sono diversi tipi di tessuto adiposo

Quello bianco, è proprio il tessuto di accumulo, di riserva, quello bruno, con funzioni metaboliche più attive ed è più protettivo e il terzo è il cosiddetto rosa, il tessuto adiposo della ghiandola mammaria.

Negli adulti, il tessuto adiposo da tenere più sotto controllo è soprattutto quello bianco in particolare quando si accumula a livello viscerale (addome). Quello periferico (cosce, glutei, braccia) è più antiestetico ma meno pericoloso dal punto di vista metabolico e cardiovascolare. Il grasso viscerale invece espone maggiormente al rischio di diabete arteriosclerosi, epatopatie, malattie oncologiche.

per non aumentare la nostra massa adiposa oltre a ridurre i grassi stessi bisogna soprattutto ridurre o contenere i carboidrati, in particolar modo quelli a rapido assorbimento o con alto indice glicemico che all’interno del nostro organismo tendono a trasformarsi in trigliceridi per essere immagazzinati come riserva. Inoltre occorre anche escludere (o limitare molto) anche l’apporto di alcool di sale che aumenta l’assorbimento del glucosio.

Dottor Roberto Federico, comitato scientifico MyW8 Italia

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04 Apr

Intolleranze o allergie?

Le intolleranze alimentari sono da tempo oggetto di discussione, a causa della confusione che vige nella maggior parte della popolazione generale attribuendo a queste la responsabilità dei disturbi addominali, quali gonfiore, dolore e/o modifiche dell’alvo dopo assunzione di determinati alimenti, o più frequentemente dell’incremento di peso o di malattie metaboliche. Alcuni medici già nell’antica Grecia avevano descritto casi di reazioni avverse agli alimenti, ma i primi studi condotti con rigore scientifico sono datati agli inizi del XX secolo.

L’allergia è invece espressione di una risposta abnorme del sistema immunitario, contro un alimento innocuo, ma riconosciuto come dannoso in alcuni soggetti predisposti. I sintomi tipici delle allergie alimentari si manifestano qualche minuto o, al massimo, qualche ora dopo l’assunzione dell’alimento responsabile Secondo dati epidemiologici le allergie alimentari (AA) interessano il 5% dei bambini di età inferiore a tre anni e circa il 4% della popolazione adulta. Nella popolazione generale il concetto di “allergia alimentare” risulta molto più diffuso (circa il 20% della popolazione ritiene di essere affetta da allergie alimentari).

La definizione di intolleranza alimentare, invece, è riferita alle reazioni avverse agli alimenti che si manifestano da qualche ora a qualche giorno dopo la loro assunzione e a differenza delle allergie alimentari, non sono legate alla produzione di una classe particolare di anticorpi IgE (responsabili delle reazioni allergiche)

L’intolleranza alimentare è frequente e, a seconda dei metodi e delle definizioni di raccolta dei dati, colpisce fino al 15-20% della popolazione, incidenza rimasta invariata negli ultimi 20 anni. La maggior parte delle persone riferisce sintomi gastrointestinali, tuttavia in questi pazienti, la condizione più comune è la sindrome dell’intestino irritabile (IBS)

L’approccio diagnostico nel sospetto di una intolleranza alimentare è basato innanzitutto sull’anamnesi, compresa la valutazione della dieta e dello stile di vita, con particolare attenzione all’esclusione di qualsiasi altra malattia organica. Le intolleranze possono manifestarsi con sintomi simili e sovrapponibili alle allergie alimentari, pertanto, è fondamentale escludere che si tratti di allergie e valutare le condizioni cliniche associate.

La terapia delle varie forme di intolleranza alimentare e di allergia alimentare consiste nell’esclusione dalla dieta dell’alimento/i – ingrediente – allergene responsabili della reazione avversa. La terapia dietetica rappresenta, infatti, il cardine della gestione terapeutica di tutte le reazioni avverse, e riveste una fondamentale importanza  tuttavia il percorso diagnostico può non essere semplice e spesso l’eliminazione di molti alimenti conduce al rischio di diete molto restrittive. Generalmente i sintomi dovrebbero risolversi entro 3-4 settimane. Gli alimenti esclusi dovrebbero essere reintrodotti sotto la guida di esperti, con il fine di individuare quali alimenti siano responsabili dell’induzione dei sintomi. Questo identificherà la soglia di tolleranza individuale del paziente a questi alimenti o componenti dietetici. Il supporto professionale competente è fondamentale nella gestione delle diete di esclusione, che è una necessità di cura ben definita e soprattutto non può e non deve basarsi sulla mera eliminazione di alimenti, ma sulla loro sostituzione, rivedendo le scelte alimentari in un’ottica di adeguatezza nutrizionale, varietà e sostenibilità a medio, breve e lungo termine, e in un contesto di vita sociale, lavorativa e/o scolastica, tenendo in debita considerazione altri fattori coesistenti quali, ad esempio, la pratica di attività fisica o sportiva oppure eventuali terapie farmacologiche in atto.

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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09 Mar

Alimentazione e genetica: le interferenze

L’attenzione al legame tra ciò che mangiamo e ciò che è scritto nel nostro codice genetico, il DNA, ha assunto un’importanza senza precedenti negli ultimi decenni, grazie anche ai progressi nella ricerca e nelle tecniche di biologia molecolare. Sono nate così nuove scienze come la nutrigenomica, la nutrigenetica e la nutraceutica che studiando a fondo questo legame cercano di migliorare la salute di ciascuno attraverso una dieta personalizzata proprio su basi genetiche. Praticamente tutti gli alimenti che portiamo in tavola contengono molecole che possono influenzare in modo diretto o indiretto il rischio di sviluppare malattie agendo sul DNA. Il cibo influenza l’espressione dei geni e può modificarla con conseguenze importanti sulla salute, sia in positivo sia in negativo. La disciplina che si occupa di studiare il rapporto tra alimenti e modulazione dell’espressione dei geni si chiama NUTRIGENOMICA e rappresenta un nuovo modo di vedere la nutrizione: non si parla più solo di calorie e di nutrienti, ma di uno strumento per “spingere” il patrimonio genetico in una direzione specifica. Non si tratta di modificare la sequenza o la struttura del DNA, ma piuttosto di far funzionare in modo diverso un gene che, a sua volta, modificherà la sua capacità di produrre proteine. E se una di queste proteine è un enzima coinvolto per esempio nei meccanismi che regolano la digestione cambierà la capacità di digerire alcuni nutrienti.

Il cibo però non influenza solo i geni coinvolti nei processi digestivi o di assorbimento dei nutrienti: in molti casi i bersagli sono geni coinvolti nell’infiammazione, nelle reazioni del sistema immunitario o nella crescita e proliferazione delle cellule, con un elenco che diventa ogni giorno più lungo e complesso. Se è vero che il cibo influenza il DNA, è altrettanto vero il contrario: le caratteristiche specifiche del patrimonio genetico di ciascun individuo possono determinare diverse risposte di fronte al medesimo nutriente. E così un determinato alimento avrà su una persona un effetto molto differente da quello osservato su un’altra. Colpa – o merito – del DNA e in particolare di piccole differenze chiamate SNP (polimorfismi a singolo nucleotide) che sono presenti nei geni e, pur essendo piccole, possono influenzare in modo molto evidente diversi processi legati all’assunzione e all’utilizzo dei nutrienti. Queste differenze nel DNA hanno rappresentato in molti casi un vantaggio evolutivo: se una certa variante permette, per esempio, di digerire il latte, gli individui che la possiedono e vivono in aree dove il latte è la base dell’alimentazione risulteranno sicuramente “avvantaggiati” rispetto a quelli che invece hanno una variante differente. L’obiettivo finale della NUTRIGENETICA (così si chiama la scienza che studia come le differenze nel DNA determinino le risposte individuali ai cibi) è una dieta personalizzata che tenga conto del patrimonio genetico di ciascuno e non solo dei valori “standard” come peso, altezza, genere ed età. Fai in modo che il cibo sia la tua medicina e che la tua medicina sia il cibo. Lo diceva già Ippocrate migliaia di anni fa e ora lo dice in modo più chiaro e moderno la NUTRICEUTICA.

Questa disciplina, il cui nome è stato proposto alla fine degli anni ’80 del secolo scorso e deriva dalla fusione dei termini nutrizione e farmaceutica, studia il potenziale curativo del cibo basandosi sul principio fondamentale che gli alimenti contengono sostanze attive sull’organismo e sulla salute, proprio come i farmaci. Gli esperti di nutriceutica studiano le molecole presenti in prodotti di origine animale e vegetale, ma anche in microrganismi e minerali, per comprendere la loro azione sulla salute e per arrivare infine a determinare le dosi e le modalità con le quali possono essere assunti per prevenire le malattie. In alcuni casi si tratta di creare supplementi ad hoc, in altri invece di puntare su un particolare nutriente o di stabilire un insieme di suggerimenti dietetici specifici. Per concludere, secondo i più aggiornati studi molecolari non fanno altro che confermare (e rendere ancor più specifiche) le scoperte dell’epidemiologia: i cibi che fanno bene sono gli stessi che, secondo i modelli alimentari sostenibili, sono anche i più salutari per la persona e per l’ambiente. Quel che ci attendiamo, dal progresso della scienza, è una indicazione ancora più personalizzata, in modo che si possano individuare quei cibi benefici, particolarmente adatti a uno specifico individuo o a prevenire una malattia.

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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22 Feb

Terza Età: siamo sicuri che esista ancora?

Ad avvicinare giovani e anziani potrebbero esserci molti più punti in comune di quelli che pensiamo, tanto da mettere in discussione la definizione stessa di “terza età”. Lo suggeriscono i dati della ricerca “Generazione 55 special”, promossa da Amplifon e condotta da Ipsos a livello internazionale, che ha esaminato il profilo, i valori, le abitudini e i comportamenti di 6 mila individui di età superiore ai 55 anni di Italia, Australia, Francia, Germania e Stati Uniti.

Ne emerge un quadro complessivo che racconta come la crescente aspettativa di vita si traduca anche in una crescente qualità, in molteplici ambiti. Una generazione destinata a far sentire sempre maggiormente il proprio peso: infatti nel 2018, per la prima volta, gli over 60 hanno superato gli under 30 ed entro il 2050, secondo i dati Istat, più di un terzo della popolazione sarà composto da over 65.

Come afferma la scrittrice Lidia Ravera, chiamata a partecipare a un convegno milanese per la presentazione della ricerca:

«Per la prima volta nella storia dell’umanità le persone che arrivano a 65 anni hanno ancora 25-30 anni davanti a sé. Ciò ha conseguenze rilevanti in termini economici, culturali, sociali, filosofici ed esistenziali. I senior di oggi sono persone con cui la società deve fare i conti: erano la maggioranza quando sono nati, lo sono ancora.»

La ricerca si sofferma sui diversi aspetti che caratterizzano l’attuale generazione di over 55enni, rappresentando un quadro di grande dinamismo, positività e indipendenza: più di 8 senior italiani su 10 sono soddisfatti della propria vita, pur ammettendo che la condizione generale è peggiorata rispetto al passato (quasi 5 su 10).

L’avanzare dell’età non scalfisce l’autonomia: quasi la metà degli italiani nella fascia d’età tra 75 e 84 anni è infatti indipendente (48%) e non ha bisogno di aiuto per gestire la casa (48%), le finanze (59%) e la salute (53%). Più di 4 senior italiani su 10 vedono i propri amici almeno una volta alla settimana, mentre un terzo degli over 55 fa spesso attività fisica (il 33%) e 9 su 10 si considerano in salute.

I dati dell’indagine ci mettono di fronte a una nuova generazione di senior: attivi, indipendenti, tecnologici e pienamente inseriti nel contesto sociale e familiare dove svolgono un ruolo cruciale. È quindi chiaro come gli over di oggi non siano più quelli a cui eravamo abituati.

La salute della nuova generazione sembra essere complessivamente positiva: oltre 9 su 10 affermano infatti di essere in condizioni buone o soddisfacenti e fanno controlli con regolarità nel 91% dei casi.

Nonostante un terzo (33%) faccia spesso attività fisica, gli italiani non tengono il passo dei tedeschi (40%) e dei francesi (39%), ma vincono la sfida contro gli statunitensi (24%) e gli australiani (30%). Quando si parla di alimentazione i nostri connazionali non hanno rivali: nel Bel Paese il 12% controlla tutto quello che mangia, in Francia e in Germania lo fa solo il 5%.

La perdita della salute fa paura: le malattie sono infatti la principale fonte di preoccupazione per il futuro (ne è spaventato il 63%), seguita dalla perdita di memoria (52%) e dal decadimento fisico (40%). I disturbi più frequenti negli over 55 italiani sono l’ipertensione (39% sotto la media del 43%), il colesterolo alto (32% in linea con gli altri Paesi) e i problemi dell’udito (17%, il dato più alto, pari a quello registrato in Australia).

Con il passare degli anni e con il significativo incremento della vita media aumenta la possibilità di incorrere in fratture, in particolare quelle collegate all’osteoporosi. La colonna vertebrale, l’omero, l’anca e il polso sono le parti del corpo maggiormente colpite dalle fratture, mentre le cadute rappresentano il principale fattore scatenante.

Per prevenire e trattare le fratture da fragilità la figura di riferimento è l’ortopedico. L’ortopedico ha il compito di indirizzare i pazienti a rischio a sottoporsi ad opportuni esami strumentali per dare l’avvio ad una eventuale terapia preventiva. Se invece il paziente si presenta già fratturato alla visita, dopo l’opportuno trattamento chirurgico, lo specialista avrà il compito di tenerlo sotto controllo nei mesi successivi, integrando una terapia preventiva che ha lo scopo di ridurre il rischio di incorrere in nuovi eventi traumatici.

Secondo quanto rende noto il Ministero della Salute, nelle donne di oltre 45 anni le fratture da osteoporosi determinano più giornate di degenza ospedaliera di molte altre patologie di rilievo, quali infarto del miocardio, diabete o carcinoma mammario.

Proprio per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si sta facendo promotrice dell’invecchiamento attivo attraverso iniziative di sensibilizzazione mirate a diffondere le azioni necessarie al miglioramento della salute delle ossa degli anziani.

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14 Feb

Lattosio. La differenza tra intolleranza e allergia

L’intolleranza allo zucchero del latte, il lattosio, sebbene identificata dai medici solo nel 1960, è probabilmente l’intolleranza alimentare più diffusa al mondo e non è da confondersi con l’allergia al latte, che invece deriva da una reazione del sistema immunitario alle proteine in esso contenute.

I sintomi

Ci sono diversi gradi di intolleranza al lattosio che vanno da pressoché totale a molto moderata, dipende da caso a caso. In genere comunque da trenta minuti a due ore dall’ingestione di latte o derivati si comincia ad avvertire nausea, senso di gonfiore, crampi, meteorismo, disturbi intestinali e, a volte, il tutto è accompagnato da rash cutanei, e va avanti per ore o addirittura giorni nei casi di intolleranza più acuta. Spesso, anche se l’intolleranza è già presente, i sintomi restano nascosti per anni e si manifestano all’improvviso nell’età adulta.

Le cause

L’intolleranza al lattosio è in genere dovuta alla mancanza di un enzima, la lattasi, prodotta dalle cellule del primo tratto dell’intestino. In questo caso si parla di deficienza primaria, ed è ereditaria, cioè trasmessa dai genitori ai figli. Possono esserci però casi (ad esempio morbo di Crohn, celiachia, infiammazioni e infezioni dell’intestino) in cui danni all’intestino uccidono le cellule che producono la lattasi ed in questo caso si può avere un’intolleranza secondaria (acquisita).

Il lattosio è uno zucchero (dolce circa un terzo del normale zucchero di cucina) contenuto nel latte ed in tutti i suoi derivati, ed è composto da due particelle più piccole, il glucosio ed il galattosio. L’intestino non può assorbire il lattosio così com’è, ma deve prima spezzarlo nei suoi due componenti base e questo compito è assolto dalla lattasi. In assenza dell’enzima, il lattosio resta non digerito nell’intestino ed è attaccato da batteri e altri microrganismi, i quali lo fermentano producendo scorie che causano i sintomi, come la nausea o i gas (metano, idrogeno).

L’origine

Tutti i bambini fino a due anni di età circa producono la lattasi per poter assimilare il latte materno. Poi, con lo svezzamento, nelle persone intolleranti l’enzima non viene più prodotto, o viene prodotto in quantità via via sempre più limitate fino all’età adulta. Esiste tuttavia una distribuzione particolare nell’intolleranza al lattosio tra le varie popolazioni del mondo, dal momento che sembra che alcuni gruppi etnici siano più affetti di altri: in uno studio svolto in America, è risultato che fino all’80% dei neri americani di origine africana non producono lattasi, così come gli indiani americani, intolleranti per l’80-100% dei casi, e il 90-100% degli asiatici americani, mentre questa condizione è molto meno frequente tra i discendenti dei nord europei

In Italia, uno studio ha dimostrato che il 51% dei settentrionali (con i nonni provenienti da Piemonte, Lombardia e Veneto) ed il 71% dei Siciliani manca del gene per la lattasi (anche se a volte non ne sono consapevoli in quanto non manifestano i sintomi), ricalcando un gradiente Nord-Sud comune a tutta l’Europa. Altri studi, tuttavia, sembrerebbero mostrare che queste percentuali sono molto più basse.

Intolleranza primaria al lattosio (Primary Lactose Intolerance PLI)La PLI è riconducibile ad un polimorfismo nella posizione -13910 della regione regolatrice del gene della lattasi, che nell’omozigosi porta ad una carenza di lattasi nei microvilli dell’intestino tenue. La trasmissione ereditaria è autosomica recessiva, solo i portatori omozigoti sono dunque affetti dalla PLI. Con una probabilità > 95% i portatori omozigoti sviluppano una carenza di lattasi manifesta ai sensi di un test H2 patologico. Nell’Europa la frequenza dei portatori omozigoti ammonta a ca. il 15%. Un ulteriore 45% sono portatori eterozigoti di una mutazione, tuttavia non colpiti dalla PLI.

Genotipizzazione

Il metodo con test genetico evidenzia la presenza del polimorfismo -13910 T/C del gene della lattasi (LCT) e pertanto la predisposizione alla PLI.

GenotipoIncidenza Interpretazione

-13910 TTca. 40% nessun segno di PLI

-13910 TCca. 45% nessun segno di PLI, portatore

-13910 CCca. 15% predisposizione genetica per PLI (Europa)

La tabella che segue indica il contenuto di lattosio nei prodotti caseari più comuni:

Prodotti caseari, contenuto in lattosio

Yogurt bianco, 1 tazza5 g

Latte vaccino scremato, 1 tazza11 g

Formaggio Svizzero, 28.4 g1 g

Gelato, 1/2 tazza6 g

Latte in polvere magro, 100 g50,5 g

Burro, 100 g4 g

Formaggino (tipo Mio) 100 g6 g

Ricotta Romana di pecora 100 g3,2 g

Va ricordato, tuttavia, che tutti i tipi di latte in commercio (vaccino, di capra, di pecora, di bufala, scremato o intero, in polvere o in pasta) e tutti i prodotti caseari (formaggi freschi e stagionati, yogurt, gelati, panna, crema, fiordilatte) contengono lattosio.

Oltre a questi ci sono alimenti che contengono lattosio anche se non ce lo si aspetterebbe, come la margarina, pane bianco, condimenti per insalate, alcune caramelle, salumi, biscotti.

Deficienze dietetiche

Latte e derivati rappresentano, purtroppo, la fonte primaria di sostanze come il calcio. Le persone intolleranti al lattosio devono pertanto cercare di compensare il calcio che non si assume dal latte con altri alimenti ricchi in minerali, onde evitare problemi in età più avanzata come decalcificazione ossea, osteoporosi, problemi ai denti.

La tabella che segue riporta il contenuto in calcio di alcuni alimenti che non contengono lattosio

Alimenti, contenuto in Calcio

Latte di Soia addizionato di Ca, 1 tazza 200-300 mg

Sardine, 85 g 270 mg

Salmone in scatola 205 mg

Broccoli crudi, 1 tazza90 mg

Arance, 1 media50 mg

Fagioli pinti, 1 tazza40 mg

Tonno in scatola, 85 g10 mg

Va ricordato che la dose giornaliera media di calcio di un adulto (19-50 anni) è di circa 1000 mg.

In aggiunta è anche importante, per poter assorbire il calcio, assumere vitamina D con la dieta (ad esempio mangiando uova o fegato) o tramite i raggi solari.

Bibliografia  

GR Burgio, G Flatz, C Barbera, R Patane, A Boner, C Cajozzo and SD Flatz (1984) Prevalence of primary adult lactose malabsorption and awareness of milk intolerance in Italy, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 39, 100-104

 J. Randerson (2002) Genetic basis for lactose intolerance revealed. New Scientist. 14 Jan 2002

Enattah (2002) Identification of a variant associated with adult-type hypolactasia. Nat Genet 30, 233

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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09 Feb

Colesterolo buono e cattivo

Il colesterolo è un grasso – in gran parte prodotto dall’organismo e in minima parte introdotto con la dieta – fondamentale per assolvere diverse funzioni nell’organismo. Esso è coinvolto nel processo di digestione, grazie alla formazione della bile; partecipa alla produzione di vitamina D, utile per la salute delle ossa; favorisce la costruzione della parete delle cellule, in particolare del sistema nervoso; è il precursore di ormoni quali il testosterone e gli estrogeni.

Il colesterolo è trasportato nel sangue per mezzo di specifiche lipoproteine che si differenziano in base a dimensione e densità: distinguiamo dunque il colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (LDL), cosiddetto “cattivo” poiché si può depositare nelle pareti delle arterie. Ciò contribuisce enormemente alla genesi dell’aterosclerosi – il restringimento dei vasi – condizione spesso associata allo sviluppo di malattie cardiovascolari (infarto, ictus cerebrale); il colesterolo HDL, quello legato alle lipoproteine ad alta densità è definito “buono” perché non provoca alcun danno alle arterie ma, anzi, rimuovendo il colesterolo dalle pareti dei vasi per trasportarlo al fegato è garanzia di protezione se presente in buona quantità. Il colesterolo viene prodotto per circa l’80% dal nostro organismo e la quota rimanente viene assorbita dal cibo di origine animale che consumiamo.

Se tutto funziona correttamente, più assumiamo colesterolo e meno ne produciamo e viceversa, per mantenere il giusto equilibrio di questa molecola nel nostro corpo. Tuttavia può capitare che questo equilibrio venga interrotto e si abbia ipercolesterolemia; le cause possono essere molteplici: genetiche, collegate al regime alimentare (troppe calorie, troppi grassi saturi o trans, troppi zuccheri semplici), inerenti a particolari malattie come il diabete, oppure a problemi endocrini (tiroide), al fumo o a una scarsa attività fisica. Un’influenza importante nel controllo dei livelli di colesterolo plasmatico è svolto dall’alimentazione: infatti la correzione dello stile alimentare, nelle forme lievi, può rappresentare la sola terapia possibile. Un’ alimentazione adeguata può potenziare l’efficacia dei farmaci ipocolesterolemizzanti e permettere di ridurre la posologia e gli eventuali effetti collaterali.

Dieta mediterranea e attività fisica regolare sono le armi più efficaci per battere l’ipercolesterolemia. Gli eccessi di colesterolo nel sangue sono responsabili della possibile insorgenza di malattie cardiovascolari. L’ipercolesterolemia (cioè un livello di colesterolo nel sangue oltre i 240 mg/dl) è una condizione che negli ultimi dieci anni è risultata particolarmente in crescita in entrambi i sessi: interessa il 38% degli italiani contro il 24% del 1998-2002.

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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