09 Mar

Alimentazione e genetica: le interferenze

L’attenzione al legame tra ciò che mangiamo e ciò che è scritto nel nostro codice genetico, il DNA, ha assunto un’importanza senza precedenti negli ultimi decenni, grazie anche ai progressi nella ricerca e nelle tecniche di biologia molecolare. Sono nate così nuove scienze come la nutrigenomica, la nutrigenetica e la nutraceutica che studiando a fondo questo legame cercano di migliorare la salute di ciascuno attraverso una dieta personalizzata proprio su basi genetiche. Praticamente tutti gli alimenti che portiamo in tavola contengono molecole che possono influenzare in modo diretto o indiretto il rischio di sviluppare malattie agendo sul DNA. Il cibo influenza l’espressione dei geni e può modificarla con conseguenze importanti sulla salute, sia in positivo sia in negativo. La disciplina che si occupa di studiare il rapporto tra alimenti e modulazione dell’espressione dei geni si chiama NUTRIGENOMICA e rappresenta un nuovo modo di vedere la nutrizione: non si parla più solo di calorie e di nutrienti, ma di uno strumento per “spingere” il patrimonio genetico in una direzione specifica. Non si tratta di modificare la sequenza o la struttura del DNA, ma piuttosto di far funzionare in modo diverso un gene che, a sua volta, modificherà la sua capacità di produrre proteine. E se una di queste proteine è un enzima coinvolto per esempio nei meccanismi che regolano la digestione cambierà la capacità di digerire alcuni nutrienti.

Il cibo però non influenza solo i geni coinvolti nei processi digestivi o di assorbimento dei nutrienti: in molti casi i bersagli sono geni coinvolti nell’infiammazione, nelle reazioni del sistema immunitario o nella crescita e proliferazione delle cellule, con un elenco che diventa ogni giorno più lungo e complesso. Se è vero che il cibo influenza il DNA, è altrettanto vero il contrario: le caratteristiche specifiche del patrimonio genetico di ciascun individuo possono determinare diverse risposte di fronte al medesimo nutriente. E così un determinato alimento avrà su una persona un effetto molto differente da quello osservato su un’altra. Colpa – o merito – del DNA e in particolare di piccole differenze chiamate SNP (polimorfismi a singolo nucleotide) che sono presenti nei geni e, pur essendo piccole, possono influenzare in modo molto evidente diversi processi legati all’assunzione e all’utilizzo dei nutrienti. Queste differenze nel DNA hanno rappresentato in molti casi un vantaggio evolutivo: se una certa variante permette, per esempio, di digerire il latte, gli individui che la possiedono e vivono in aree dove il latte è la base dell’alimentazione risulteranno sicuramente “avvantaggiati” rispetto a quelli che invece hanno una variante differente. L’obiettivo finale della NUTRIGENETICA (così si chiama la scienza che studia come le differenze nel DNA determinino le risposte individuali ai cibi) è una dieta personalizzata che tenga conto del patrimonio genetico di ciascuno e non solo dei valori “standard” come peso, altezza, genere ed età. Fai in modo che il cibo sia la tua medicina e che la tua medicina sia il cibo. Lo diceva già Ippocrate migliaia di anni fa e ora lo dice in modo più chiaro e moderno la NUTRICEUTICA.

Questa disciplina, il cui nome è stato proposto alla fine degli anni ’80 del secolo scorso e deriva dalla fusione dei termini nutrizione e farmaceutica, studia il potenziale curativo del cibo basandosi sul principio fondamentale che gli alimenti contengono sostanze attive sull’organismo e sulla salute, proprio come i farmaci. Gli esperti di nutriceutica studiano le molecole presenti in prodotti di origine animale e vegetale, ma anche in microrganismi e minerali, per comprendere la loro azione sulla salute e per arrivare infine a determinare le dosi e le modalità con le quali possono essere assunti per prevenire le malattie. In alcuni casi si tratta di creare supplementi ad hoc, in altri invece di puntare su un particolare nutriente o di stabilire un insieme di suggerimenti dietetici specifici. Per concludere, secondo i più aggiornati studi molecolari non fanno altro che confermare (e rendere ancor più specifiche) le scoperte dell’epidemiologia: i cibi che fanno bene sono gli stessi che, secondo i modelli alimentari sostenibili, sono anche i più salutari per la persona e per l’ambiente. Quel che ci attendiamo, dal progresso della scienza, è una indicazione ancora più personalizzata, in modo che si possano individuare quei cibi benefici, particolarmente adatti a uno specifico individuo o a prevenire una malattia.

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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22 Feb

Terza Età: siamo sicuri che esista ancora?

Ad avvicinare giovani e anziani potrebbero esserci molti più punti in comune di quelli che pensiamo, tanto da mettere in discussione la definizione stessa di “terza età”. Lo suggeriscono i dati della ricerca “Generazione 55 special”, promossa da Amplifon e condotta da Ipsos a livello internazionale, che ha esaminato il profilo, i valori, le abitudini e i comportamenti di 6 mila individui di età superiore ai 55 anni di Italia, Australia, Francia, Germania e Stati Uniti.

Ne emerge un quadro complessivo che racconta come la crescente aspettativa di vita si traduca anche in una crescente qualità, in molteplici ambiti. Una generazione destinata a far sentire sempre maggiormente il proprio peso: infatti nel 2018, per la prima volta, gli over 60 hanno superato gli under 30 ed entro il 2050, secondo i dati Istat, più di un terzo della popolazione sarà composto da over 65.

Come afferma la scrittrice Lidia Ravera, chiamata a partecipare a un convegno milanese per la presentazione della ricerca:

«Per la prima volta nella storia dell’umanità le persone che arrivano a 65 anni hanno ancora 25-30 anni davanti a sé. Ciò ha conseguenze rilevanti in termini economici, culturali, sociali, filosofici ed esistenziali. I senior di oggi sono persone con cui la società deve fare i conti: erano la maggioranza quando sono nati, lo sono ancora.»

La ricerca si sofferma sui diversi aspetti che caratterizzano l’attuale generazione di over 55enni, rappresentando un quadro di grande dinamismo, positività e indipendenza: più di 8 senior italiani su 10 sono soddisfatti della propria vita, pur ammettendo che la condizione generale è peggiorata rispetto al passato (quasi 5 su 10).

L’avanzare dell’età non scalfisce l’autonomia: quasi la metà degli italiani nella fascia d’età tra 75 e 84 anni è infatti indipendente (48%) e non ha bisogno di aiuto per gestire la casa (48%), le finanze (59%) e la salute (53%). Più di 4 senior italiani su 10 vedono i propri amici almeno una volta alla settimana, mentre un terzo degli over 55 fa spesso attività fisica (il 33%) e 9 su 10 si considerano in salute.

I dati dell’indagine ci mettono di fronte a una nuova generazione di senior: attivi, indipendenti, tecnologici e pienamente inseriti nel contesto sociale e familiare dove svolgono un ruolo cruciale. È quindi chiaro come gli over di oggi non siano più quelli a cui eravamo abituati.

La salute della nuova generazione sembra essere complessivamente positiva: oltre 9 su 10 affermano infatti di essere in condizioni buone o soddisfacenti e fanno controlli con regolarità nel 91% dei casi.

Nonostante un terzo (33%) faccia spesso attività fisica, gli italiani non tengono il passo dei tedeschi (40%) e dei francesi (39%), ma vincono la sfida contro gli statunitensi (24%) e gli australiani (30%). Quando si parla di alimentazione i nostri connazionali non hanno rivali: nel Bel Paese il 12% controlla tutto quello che mangia, in Francia e in Germania lo fa solo il 5%.

La perdita della salute fa paura: le malattie sono infatti la principale fonte di preoccupazione per il futuro (ne è spaventato il 63%), seguita dalla perdita di memoria (52%) e dal decadimento fisico (40%). I disturbi più frequenti negli over 55 italiani sono l’ipertensione (39% sotto la media del 43%), il colesterolo alto (32% in linea con gli altri Paesi) e i problemi dell’udito (17%, il dato più alto, pari a quello registrato in Australia).

Con il passare degli anni e con il significativo incremento della vita media aumenta la possibilità di incorrere in fratture, in particolare quelle collegate all’osteoporosi. La colonna vertebrale, l’omero, l’anca e il polso sono le parti del corpo maggiormente colpite dalle fratture, mentre le cadute rappresentano il principale fattore scatenante.

Per prevenire e trattare le fratture da fragilità la figura di riferimento è l’ortopedico. L’ortopedico ha il compito di indirizzare i pazienti a rischio a sottoporsi ad opportuni esami strumentali per dare l’avvio ad una eventuale terapia preventiva. Se invece il paziente si presenta già fratturato alla visita, dopo l’opportuno trattamento chirurgico, lo specialista avrà il compito di tenerlo sotto controllo nei mesi successivi, integrando una terapia preventiva che ha lo scopo di ridurre il rischio di incorrere in nuovi eventi traumatici.

Secondo quanto rende noto il Ministero della Salute, nelle donne di oltre 45 anni le fratture da osteoporosi determinano più giornate di degenza ospedaliera di molte altre patologie di rilievo, quali infarto del miocardio, diabete o carcinoma mammario.

Proprio per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si sta facendo promotrice dell’invecchiamento attivo attraverso iniziative di sensibilizzazione mirate a diffondere le azioni necessarie al miglioramento della salute delle ossa degli anziani.

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14 Feb

Lattosio. La differenza tra intolleranza e allergia

L’intolleranza allo zucchero del latte, il lattosio, sebbene identificata dai medici solo nel 1960, è probabilmente l’intolleranza alimentare più diffusa al mondo e non è da confondersi con l’allergia al latte, che invece deriva da una reazione del sistema immunitario alle proteine in esso contenute.

I sintomi

Ci sono diversi gradi di intolleranza al lattosio che vanno da pressoché totale a molto moderata, dipende da caso a caso. In genere comunque da trenta minuti a due ore dall’ingestione di latte o derivati si comincia ad avvertire nausea, senso di gonfiore, crampi, meteorismo, disturbi intestinali e, a volte, il tutto è accompagnato da rash cutanei, e va avanti per ore o addirittura giorni nei casi di intolleranza più acuta. Spesso, anche se l’intolleranza è già presente, i sintomi restano nascosti per anni e si manifestano all’improvviso nell’età adulta.

Le cause

L’intolleranza al lattosio è in genere dovuta alla mancanza di un enzima, la lattasi, prodotta dalle cellule del primo tratto dell’intestino. In questo caso si parla di deficienza primaria, ed è ereditaria, cioè trasmessa dai genitori ai figli. Possono esserci però casi (ad esempio morbo di Crohn, celiachia, infiammazioni e infezioni dell’intestino) in cui danni all’intestino uccidono le cellule che producono la lattasi ed in questo caso si può avere un’intolleranza secondaria (acquisita).

Il lattosio è uno zucchero (dolce circa un terzo del normale zucchero di cucina) contenuto nel latte ed in tutti i suoi derivati, ed è composto da due particelle più piccole, il glucosio ed il galattosio. L’intestino non può assorbire il lattosio così com’è, ma deve prima spezzarlo nei suoi due componenti base e questo compito è assolto dalla lattasi. In assenza dell’enzima, il lattosio resta non digerito nell’intestino ed è attaccato da batteri e altri microrganismi, i quali lo fermentano producendo scorie che causano i sintomi, come la nausea o i gas (metano, idrogeno).

L’origine

Tutti i bambini fino a due anni di età circa producono la lattasi per poter assimilare il latte materno. Poi, con lo svezzamento, nelle persone intolleranti l’enzima non viene più prodotto, o viene prodotto in quantità via via sempre più limitate fino all’età adulta. Esiste tuttavia una distribuzione particolare nell’intolleranza al lattosio tra le varie popolazioni del mondo, dal momento che sembra che alcuni gruppi etnici siano più affetti di altri: in uno studio svolto in America, è risultato che fino all’80% dei neri americani di origine africana non producono lattasi, così come gli indiani americani, intolleranti per l’80-100% dei casi, e il 90-100% degli asiatici americani, mentre questa condizione è molto meno frequente tra i discendenti dei nord europei

In Italia, uno studio ha dimostrato che il 51% dei settentrionali (con i nonni provenienti da Piemonte, Lombardia e Veneto) ed il 71% dei Siciliani manca del gene per la lattasi (anche se a volte non ne sono consapevoli in quanto non manifestano i sintomi), ricalcando un gradiente Nord-Sud comune a tutta l’Europa. Altri studi, tuttavia, sembrerebbero mostrare che queste percentuali sono molto più basse.

Intolleranza primaria al lattosio (Primary Lactose Intolerance PLI)La PLI è riconducibile ad un polimorfismo nella posizione -13910 della regione regolatrice del gene della lattasi, che nell’omozigosi porta ad una carenza di lattasi nei microvilli dell’intestino tenue. La trasmissione ereditaria è autosomica recessiva, solo i portatori omozigoti sono dunque affetti dalla PLI. Con una probabilità > 95% i portatori omozigoti sviluppano una carenza di lattasi manifesta ai sensi di un test H2 patologico. Nell’Europa la frequenza dei portatori omozigoti ammonta a ca. il 15%. Un ulteriore 45% sono portatori eterozigoti di una mutazione, tuttavia non colpiti dalla PLI.

Genotipizzazione

Il metodo con test genetico evidenzia la presenza del polimorfismo -13910 T/C del gene della lattasi (LCT) e pertanto la predisposizione alla PLI.

GenotipoIncidenza Interpretazione

-13910 TTca. 40% nessun segno di PLI

-13910 TCca. 45% nessun segno di PLI, portatore

-13910 CCca. 15% predisposizione genetica per PLI (Europa)

La tabella che segue indica il contenuto di lattosio nei prodotti caseari più comuni:

Prodotti caseari, contenuto in lattosio

Yogurt bianco, 1 tazza5 g

Latte vaccino scremato, 1 tazza11 g

Formaggio Svizzero, 28.4 g1 g

Gelato, 1/2 tazza6 g

Latte in polvere magro, 100 g50,5 g

Burro, 100 g4 g

Formaggino (tipo Mio) 100 g6 g

Ricotta Romana di pecora 100 g3,2 g

Va ricordato, tuttavia, che tutti i tipi di latte in commercio (vaccino, di capra, di pecora, di bufala, scremato o intero, in polvere o in pasta) e tutti i prodotti caseari (formaggi freschi e stagionati, yogurt, gelati, panna, crema, fiordilatte) contengono lattosio.

Oltre a questi ci sono alimenti che contengono lattosio anche se non ce lo si aspetterebbe, come la margarina, pane bianco, condimenti per insalate, alcune caramelle, salumi, biscotti.

Deficienze dietetiche

Latte e derivati rappresentano, purtroppo, la fonte primaria di sostanze come il calcio. Le persone intolleranti al lattosio devono pertanto cercare di compensare il calcio che non si assume dal latte con altri alimenti ricchi in minerali, onde evitare problemi in età più avanzata come decalcificazione ossea, osteoporosi, problemi ai denti.

La tabella che segue riporta il contenuto in calcio di alcuni alimenti che non contengono lattosio

Alimenti, contenuto in Calcio

Latte di Soia addizionato di Ca, 1 tazza 200-300 mg

Sardine, 85 g 270 mg

Salmone in scatola 205 mg

Broccoli crudi, 1 tazza90 mg

Arance, 1 media50 mg

Fagioli pinti, 1 tazza40 mg

Tonno in scatola, 85 g10 mg

Va ricordato che la dose giornaliera media di calcio di un adulto (19-50 anni) è di circa 1000 mg.

In aggiunta è anche importante, per poter assorbire il calcio, assumere vitamina D con la dieta (ad esempio mangiando uova o fegato) o tramite i raggi solari.

Bibliografia  

GR Burgio, G Flatz, C Barbera, R Patane, A Boner, C Cajozzo and SD Flatz (1984) Prevalence of primary adult lactose malabsorption and awareness of milk intolerance in Italy, American Journal of Clinical Nutrition, Vol 39, 100-104

 J. Randerson (2002) Genetic basis for lactose intolerance revealed. New Scientist. 14 Jan 2002

Enattah (2002) Identification of a variant associated with adult-type hypolactasia. Nat Genet 30, 233

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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