22 Set

Covid-19 e obesità

L’obesità  è  un problema particolarmente grave in special modo in alcune zone del pianeta, come negli USA (dove la percentuale di obesi si assesta a più del 40%) e nel Regno Unito dove gli adulti obesi sarebbero il 27% della popolazione. I ricercatori della University of North Carolina  studiando i dati, di questi ultimi mesi, hanno scoperto che le persone con obesità, sono maggiormente esposte ai rischi connessi al coronavirus. Le probabilità di finire in ospedale per Covid-19 e complicanze annesse aumentano del 113%, se paragonate con quelle di una persona in salute. Gli obesi tendono a finire in terapia intensiva nel 47% dei casi e hanno un rischio maggiore di morire per il virus (48% in più).

La ricerca è stata portata avanti dal professore Barry Popkin, del dipartimento di Nutrizione della UNC Gillings Global School of Public Health.

Ma perché gli obesi corrono tali rischi? Come fa notare lo studio americano, essi solitamente soffrono di gravi disturbi come il diabete di tipo due o malattie cardiache, situazioni queste, che mettono notevolmente a rischio la salute.

 L’obesità inoltre può causare disordini metabolici come l’insulino resistenza e infiammazioni che rendono ancora più difficile per il corpo lottare contro il virus.

A questo proposito riportiamo ad esempio l’impegno deI governo di Londra che  ha lanciato una campagna contro la “bomba a orologeria dell’obesità”. Boris Johnson ha da tempo dichiarato guerra al junk food per limitare la pressione sul Servizio sanitario nazionale

Il piano messo a punto dagli inglesi prevede, tra le altre cose, il divieto di pubblicità televisiva e online di “junk food” (cibo spazzatura) prima delle 21; la messa al bando delle offerte “buy one get one free” (paghi uno, l’altro è in omaggio); l’obbligo di riportare l’apporto calorico sui menu.

La letteratura scientifica concorda nel ritenere l’obesità e il sovrappeso  fattori che aumentano il rischio di morte o che comportino gravi complicazioni legate al l’infezione da Covid-19.

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Dott. Roberto Federico

15 Apr

Proteine. Puntare tutto su quelle del pesce

Un’alimentazione corretta deve fornire, secondo sesso, età, massa corporea e condizioni generali, una quota variabile di proteine.
I LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, SINU 2014), fissano l’assunzione raccomandata per la popolazione adulta a 0,9 g per kg di peso corporeo e propongono, a partire dai 60 anni, un apporto con la dieta di 1,1 g di proteine per kg di peso, come obiettivo nutrizionale per la prevenzione.
La qualità delle proteine presenti nella dieta è determinata da più fattori, ma un ruolo preminente va assegna.to alla composizione in aminoacidi e alla presenza di aminoacidi essenziali (non sintetizzabili dall’organismo).

Le proteine del pesce, compreso quello magro, sono da questo punto di vista ottimali: contengono tutti gli amminoacidi essenziali, in particolare lisina e leucina; all’eccellente composizione affiancano un’elevata digeribilità (oltre il 90%), che rende i singoli aminoacidi, o i peptidi bioattivi, altamente disponibili.
Con un modesto contenuto di grassi (< 2,5%, in generale meno del 20% delle calorie totali), la carne bianca di pesci di mare (come merluzzo, nasello, cernia, dentice, squalo, sogliola), o d’acqua dolce (luccio, persico, coregone) è composta da muscolo e sottili strati di connettivo. I grassi sono concentrati prevalentemente nel fegato di questi pesci (si pensi soprattutto al merluzzo), dove sono presenti oli ricchi di vitamina A (retinolo), vitamina D e polinsaturi a lunga catena. Il contenuto di vitamine del gruppo B è simile a quello delle carni magre di mammiferi, anche se il pesce bianco magro può presentare una concentrazione maggiore di vitamine B6 e B12.
Anche il contenuto di minerali è simile: povero di sodio, contiene soprattutto potassio e fosforo. La carne di pesce bianco magro ha invece un contenuto relativo maggiore di calcio rispetto a quella dei mammiferi terrestri. Limitato ai pesci di mare è infine l’apporto di iodio.

Un importante ambito di ricerca, vasto ma promettente, è il rapporto tra assunzione di fonti proteiche a diversa composizione e modulazione del microbiota, soprattutto perché è nota l’associazione tra disbiosi del microbiota intestinale e aumento del rischio di diabete di tipo 2 o di obesità.
Infatti alcuni studi recenti (sperimentali) hanno dimostrato che un’alimentazione a base di proteine di pesce magro contribuisce al controllo dell’aumento ponderale nel lungo periodo.
I ricercatori spiegano questo risultato ricordando che, nelle proteine da fonti ittiche, la presenza di aminoacidi ramificati quali valina, leucina e isoleucina è consistente: proprio questi aminoacidi modificherebbero il microbiota intestinale in senso antiobesogenico.
Tutto ciò a conferma dei benefici di un regolare apporto di prodotti ittici, all’interno di un’alimentazione bilanciata

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07 Apr

Massa grassa, nemica-amica

Quando si parla di Massa Grassa   ci riferiamo alla percentuale di grasso corporeo presente nel nostro organismo rispetto al peso complessivo della persona.

In generale avere una percentuale di massa grassa aumentata può voler dire due cose.

La prima è la contemporanea presenza di riflesso di una ridotta massa magra che non è una buona cosa. Più massa grassa, meno massa magra, è una semplice equazione, vuol dire che siamo di fronte ad una carenza di muscoli.

In seconda istanza, l’aumento della massa grassa può avere effetti infiammatori sull’organismo. Massa grassa non vuol dire avere più cellule adipose, perché le cellule adipose hanno un numero che si fissa nella prima parte della vita, in età adulta difficilmente aumentano il loro numero.

Quando aumenta la massa grassa, quello che aumenta è il contenuto di trigliceridi all’interno delle cellule adipose. La cellula ha uno spazio limitato e i trigliceridi occupando la maggior parte dello spazio disponibile tendendo a soffocare il nucleo che è vitale e questo determina un effetto infiammatorio diffuso.

L’aumento di massa grassa inoltre ha un effetto metabolico anche a livello ormonale come ad esempio sull’insulina aumentandone la resistenza a livello periferico (insulino-resistenza) e interviene anche in tutta una serie di meccanismi biomolecolari ed enzimatici che hanno un effetto sull’infiammazione complessiva dell’organismo con aumento del rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche (come il Diabete) ma anche degenerative ed oncologiche Il pericolo di un aumento della massa grassa a scapito di quella magra inoltre è cheil corpo venga indotto alla malnutrizione proteica prima e con tempo alla sarcopenia, cioè ad alterazioni sia della quantità che della qualità della massa magra le quanti possono comportare problemi di mobilità, funzionalità ed autonomia soprattutto in età avanzata. Un soggetto sovrappeso o obeso, apparentemente privo di carenze nutrizionali in realtà può facilmente presentare un quadro di malnutrizione proteica o sarcopenia, date appunto da un eccesso percentuale di massa grassa su una massa magra insufficiente.

C’è da dire che ci sono diversi tipi di tessuto adiposo

Quello bianco, è proprio il tessuto di accumulo, di riserva, quello bruno, con funzioni metaboliche più attive ed è più protettivo e il terzo è il cosiddetto rosa, il tessuto adiposo della ghiandola mammaria.

Negli adulti, il tessuto adiposo da tenere più sotto controllo è soprattutto quello bianco in particolare quando si accumula a livello viscerale (addome). Quello periferico (cosce, glutei, braccia) è più antiestetico ma meno pericoloso dal punto di vista metabolico e cardiovascolare. Il grasso viscerale invece espone maggiormente al rischio di diabete arteriosclerosi, epatopatie, malattie oncologiche.

per non aumentare la nostra massa adiposa oltre a ridurre i grassi stessi bisogna soprattutto ridurre o contenere i carboidrati, in particolar modo quelli a rapido assorbimento o con alto indice glicemico che all’interno del nostro organismo tendono a trasformarsi in trigliceridi per essere immagazzinati come riserva. Inoltre occorre anche escludere (o limitare molto) anche l’apporto di alcool di sale che aumenta l’assorbimento del glucosio.

Dottor Roberto Federico, comitato scientifico MyW8 Italia

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04 Apr

Intolleranze o allergie?

Le intolleranze alimentari sono da tempo oggetto di discussione, a causa della confusione che vige nella maggior parte della popolazione generale attribuendo a queste la responsabilità dei disturbi addominali, quali gonfiore, dolore e/o modifiche dell’alvo dopo assunzione di determinati alimenti, o più frequentemente dell’incremento di peso o di malattie metaboliche. Alcuni medici già nell’antica Grecia avevano descritto casi di reazioni avverse agli alimenti, ma i primi studi condotti con rigore scientifico sono datati agli inizi del XX secolo.

L’allergia è invece espressione di una risposta abnorme del sistema immunitario, contro un alimento innocuo, ma riconosciuto come dannoso in alcuni soggetti predisposti. I sintomi tipici delle allergie alimentari si manifestano qualche minuto o, al massimo, qualche ora dopo l’assunzione dell’alimento responsabile Secondo dati epidemiologici le allergie alimentari (AA) interessano il 5% dei bambini di età inferiore a tre anni e circa il 4% della popolazione adulta. Nella popolazione generale il concetto di “allergia alimentare” risulta molto più diffuso (circa il 20% della popolazione ritiene di essere affetta da allergie alimentari).

La definizione di intolleranza alimentare, invece, è riferita alle reazioni avverse agli alimenti che si manifestano da qualche ora a qualche giorno dopo la loro assunzione e a differenza delle allergie alimentari, non sono legate alla produzione di una classe particolare di anticorpi IgE (responsabili delle reazioni allergiche)

L’intolleranza alimentare è frequente e, a seconda dei metodi e delle definizioni di raccolta dei dati, colpisce fino al 15-20% della popolazione, incidenza rimasta invariata negli ultimi 20 anni. La maggior parte delle persone riferisce sintomi gastrointestinali, tuttavia in questi pazienti, la condizione più comune è la sindrome dell’intestino irritabile (IBS)

L’approccio diagnostico nel sospetto di una intolleranza alimentare è basato innanzitutto sull’anamnesi, compresa la valutazione della dieta e dello stile di vita, con particolare attenzione all’esclusione di qualsiasi altra malattia organica. Le intolleranze possono manifestarsi con sintomi simili e sovrapponibili alle allergie alimentari, pertanto, è fondamentale escludere che si tratti di allergie e valutare le condizioni cliniche associate.

La terapia delle varie forme di intolleranza alimentare e di allergia alimentare consiste nell’esclusione dalla dieta dell’alimento/i – ingrediente – allergene responsabili della reazione avversa. La terapia dietetica rappresenta, infatti, il cardine della gestione terapeutica di tutte le reazioni avverse, e riveste una fondamentale importanza  tuttavia il percorso diagnostico può non essere semplice e spesso l’eliminazione di molti alimenti conduce al rischio di diete molto restrittive. Generalmente i sintomi dovrebbero risolversi entro 3-4 settimane. Gli alimenti esclusi dovrebbero essere reintrodotti sotto la guida di esperti, con il fine di individuare quali alimenti siano responsabili dell’induzione dei sintomi. Questo identificherà la soglia di tolleranza individuale del paziente a questi alimenti o componenti dietetici. Il supporto professionale competente è fondamentale nella gestione delle diete di esclusione, che è una necessità di cura ben definita e soprattutto non può e non deve basarsi sulla mera eliminazione di alimenti, ma sulla loro sostituzione, rivedendo le scelte alimentari in un’ottica di adeguatezza nutrizionale, varietà e sostenibilità a medio, breve e lungo termine, e in un contesto di vita sociale, lavorativa e/o scolastica, tenendo in debita considerazione altri fattori coesistenti quali, ad esempio, la pratica di attività fisica o sportiva oppure eventuali terapie farmacologiche in atto.

Dott. Roberto Federico, Comitato Scientifico MYW8

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22 Feb

Terza Età: siamo sicuri che esista ancora?

Ad avvicinare giovani e anziani potrebbero esserci molti più punti in comune di quelli che pensiamo, tanto da mettere in discussione la definizione stessa di “terza età”. Lo suggeriscono i dati della ricerca “Generazione 55 special”, promossa da Amplifon e condotta da Ipsos a livello internazionale, che ha esaminato il profilo, i valori, le abitudini e i comportamenti di 6 mila individui di età superiore ai 55 anni di Italia, Australia, Francia, Germania e Stati Uniti.

Ne emerge un quadro complessivo che racconta come la crescente aspettativa di vita si traduca anche in una crescente qualità, in molteplici ambiti. Una generazione destinata a far sentire sempre maggiormente il proprio peso: infatti nel 2018, per la prima volta, gli over 60 hanno superato gli under 30 ed entro il 2050, secondo i dati Istat, più di un terzo della popolazione sarà composto da over 65.

Come afferma la scrittrice Lidia Ravera, chiamata a partecipare a un convegno milanese per la presentazione della ricerca:

«Per la prima volta nella storia dell’umanità le persone che arrivano a 65 anni hanno ancora 25-30 anni davanti a sé. Ciò ha conseguenze rilevanti in termini economici, culturali, sociali, filosofici ed esistenziali. I senior di oggi sono persone con cui la società deve fare i conti: erano la maggioranza quando sono nati, lo sono ancora.»

La ricerca si sofferma sui diversi aspetti che caratterizzano l’attuale generazione di over 55enni, rappresentando un quadro di grande dinamismo, positività e indipendenza: più di 8 senior italiani su 10 sono soddisfatti della propria vita, pur ammettendo che la condizione generale è peggiorata rispetto al passato (quasi 5 su 10).

L’avanzare dell’età non scalfisce l’autonomia: quasi la metà degli italiani nella fascia d’età tra 75 e 84 anni è infatti indipendente (48%) e non ha bisogno di aiuto per gestire la casa (48%), le finanze (59%) e la salute (53%). Più di 4 senior italiani su 10 vedono i propri amici almeno una volta alla settimana, mentre un terzo degli over 55 fa spesso attività fisica (il 33%) e 9 su 10 si considerano in salute.

I dati dell’indagine ci mettono di fronte a una nuova generazione di senior: attivi, indipendenti, tecnologici e pienamente inseriti nel contesto sociale e familiare dove svolgono un ruolo cruciale. È quindi chiaro come gli over di oggi non siano più quelli a cui eravamo abituati.

La salute della nuova generazione sembra essere complessivamente positiva: oltre 9 su 10 affermano infatti di essere in condizioni buone o soddisfacenti e fanno controlli con regolarità nel 91% dei casi.

Nonostante un terzo (33%) faccia spesso attività fisica, gli italiani non tengono il passo dei tedeschi (40%) e dei francesi (39%), ma vincono la sfida contro gli statunitensi (24%) e gli australiani (30%). Quando si parla di alimentazione i nostri connazionali non hanno rivali: nel Bel Paese il 12% controlla tutto quello che mangia, in Francia e in Germania lo fa solo il 5%.

La perdita della salute fa paura: le malattie sono infatti la principale fonte di preoccupazione per il futuro (ne è spaventato il 63%), seguita dalla perdita di memoria (52%) e dal decadimento fisico (40%). I disturbi più frequenti negli over 55 italiani sono l’ipertensione (39% sotto la media del 43%), il colesterolo alto (32% in linea con gli altri Paesi) e i problemi dell’udito (17%, il dato più alto, pari a quello registrato in Australia).

Con il passare degli anni e con il significativo incremento della vita media aumenta la possibilità di incorrere in fratture, in particolare quelle collegate all’osteoporosi. La colonna vertebrale, l’omero, l’anca e il polso sono le parti del corpo maggiormente colpite dalle fratture, mentre le cadute rappresentano il principale fattore scatenante.

Per prevenire e trattare le fratture da fragilità la figura di riferimento è l’ortopedico. L’ortopedico ha il compito di indirizzare i pazienti a rischio a sottoporsi ad opportuni esami strumentali per dare l’avvio ad una eventuale terapia preventiva. Se invece il paziente si presenta già fratturato alla visita, dopo l’opportuno trattamento chirurgico, lo specialista avrà il compito di tenerlo sotto controllo nei mesi successivi, integrando una terapia preventiva che ha lo scopo di ridurre il rischio di incorrere in nuovi eventi traumatici.

Secondo quanto rende noto il Ministero della Salute, nelle donne di oltre 45 anni le fratture da osteoporosi determinano più giornate di degenza ospedaliera di molte altre patologie di rilievo, quali infarto del miocardio, diabete o carcinoma mammario.

Proprio per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si sta facendo promotrice dell’invecchiamento attivo attraverso iniziative di sensibilizzazione mirate a diffondere le azioni necessarie al miglioramento della salute delle ossa degli anziani.

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